
Se ne parla poco, anzi niente. Ma con il passare degli anni la produzione ed il consumo di materiale che riproduce le pratiche bdsm, e come tale definibile pornografico, è in aumento esponenziale: racconti espliciti, disegni crudi, foto e video dettagliati.
Molti amanti del bdsm per piacere o per lavoro sono produttori o interpreti di questo materiale, quasi tutti credo ne usufruiamo in modo e misura diversa.
Questa marea di materiale porno/sadomaso contribuisce alla conoscenza e diffusione del bdsm... forum, siti, blog, torrent diventano veicoli di diffusione.
Rischiamo di abbandonare la pratica della vera relazione interpersonale per diventare spettatori dietro un monitor?
E' sadomaso tutto questo o piuttosto voyeurismo onanistico?
martedì 3 maggio 2011
Pornografia sadomaso
sabato 2 febbraio 2008
Dottore sono malato?

Le Parafilie: valutazione diagnostica
"perversioni sessuali": diagnosi dei disturbi del comportamento sessuale
L’influenza del contesto socio-culturale è piuttosto evidente quando si trattano “patologie” come le parafilie. «Parafilia» è l’attuale termine scientifico per definire l’insieme di quelle condotte sessuali più note con i nomi di “perversioni” o “deviazioni sessuali”.
Se adottassimo uno di questi ultimi nomenclatori ci troveremmo immediatamente immersi in un contesto “giudicante” che è esattamente l’opposto di ciò che avviene nel setting psicologico clinico.
Affrontare un discorso generale sulle parafilie senza suscitare anche un pur minimo imbarazzo o prese di posizione nette sull’argomento, è compito senza dubbio arduo se non impossibile. Questo perché, nonostante le numerose “rivoluzioni” sessuali, la sessualità rimane uno dei più importanti “modellatori” della personalità, dell’identità e della vita sociale di ogni individuo.
Se al tempo di Sigmund Freud, in un contesto sociale in cui la sessualità non risultava essere argomento di discussione, poteva avere un senso parlare di perversioni definendole come «quelle attività sessuali finalizzate su regioni del corpo non genitali», oggi, in seguito a quei cambiamenti sociali messi in moto proprio dal movimento psicoanalitico, in seguito alla nascita della sessuologia clinica e quindi alle ricerche sulla sessualità, una simile “diagnosi” rischierebbe di valutare come “patologiche” le condotte sessuali della quasi totalità della popolazione mondiale.
Tutti gli individui cosiddetti normali hanno delle fantasie e mettono in atto delle pratiche sessuali che potrebbero apparentemente sembrare “perverse” ovvero ognuno di noi conserva un nucleo che possiamo anche definire “perverso” che si integra in un processo di personalità e di comportamento che risulta comunque normale.
La linea tra normalità e patologia nella sessualità è sempre legata ad aspetti quali la non esclusività, la non compulsione del comportamento e, ricordiamo, soprattutto al consenso reale dei partner sessuali.
Parliamo infatti di “normalità” delle condotte sessuali quando tale comportamento si svolge innanzitutto tra soggetti realmente consenzienti e non reca disagio, sofferenza o problemi legali (nella cultura di riferimento) a nessuno dei partecipanti all’attività e non rappresenta una condotta esclusiva svolta come una compulsione e non interferisce con lo svolgimento delle attività lavorativa e/o sociale.
Allo stesso modo definiamo il comportamento sessuale “patologico” quando causa anche ad uno soltanto dei partecipanti all’attività, disagio, sofferenza, interferenze con le attività lavorative e/o sociali, quando si compie come una compulsione, quando reca danni, quando causa problemi legali.
Offerte queste definizioni generali circa la “normalità” e la “patologia” del comportamento sessuale proponiamo ora la nosografia attuale delle parafilie, con riferimento al manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM-IV, 1994).
Va tenuto presente che tali definizioni risentono dell’influenza della nostra cultura e pertanto, possiamo immaginare, potrebbero subire variazioni nel corso del tempo o non applicarsi a culture completamente diverse. Ciò non toglie che attualmente tali condotte siano considerate “patologiche” in quanto ogni forma di disagio si inscrive sempre all’interno di uno specifico contesto sociale.
Quando ad esempio il “pedofilo” cerca di giustificare la propria condotta parafiliaca portando come esempio altre culture o società antiche, “dimentica” che egli vive in un contesto diverso da quelli che porta come prova che la sua condotta sia da definire “normale”. La negazione di vivere all’interno di un contesto socio-culturale che non sia in grado di giustificare un certo tipo di comportamento tanto da definirlo “patologico” è probabilmente un processo difensivo che va utilizzato nella valutazione diagnostica di tali pazienti.
Le parafilie classificate dal DSM-IV (1994) sono le seguenti:
Esibizionismo. Esposizione dei propri genitali ad un estraneo che non se l’aspetta.
Feticismo. Uso di oggetti inanimati che non siano limitati a strumenti, come il vibratore, progettati per la stimolazione tattile dei genitali.
Frotteurismo. Toccare e strofinarsi contro una persona non consenziente.
Pedofilia. Attività sessuale con uno o più bambini prepuberi (generalmente di 13 anni o più piccoli). Il soggetto “pedofilo” deve avere almeno 16 anni ed essere di almeno 5 anni maggiore del bambino o dei bambini con cui ha attività sessuali. Non viene incluso il soggetto tardo-adolescente coinvolto in una relazione sessuale perdurante con un soggetto di 12-13 anni.
Masochismo Sessuale. Atto (reale, non simulato) di essere umiliati, picchiati, legati o fatti soffrire in qualche altro modo.
Sadismo Sessuale. Azioni (reali, non simulate) in cui la sofferenza psicologica o fisica (inclusa l’umiliazione) della vittima è sessualmente eccitante per il soggetto.
Feticismo da Travestitismo. Il travestimento di un maschio eterosessuale.
Voyeurismo. Atto di osservare un soggetto che non se lo aspetta mentre è nudo, si spoglia, o è impegnato in attività sessuali.
Parafilia Non Altrimenti Specificata (NAS). Questa categoria diagnostica viene inclusa per codificare quelle parafilie che non soddisfano i criteri per nessuna delle precedenti. Gli esempi includono, ma non si limitano a:
Scatologia telefonica. Telefonate oscene
Necrofilia. Attrazione sessuale per i cadaveri
Parzialismo. Attenzione esclusiva per una parte del corpo.
Zoofilia. Attrazione sessuale per gli animali.
Coprofilia. Uso delle feci per l’eccitazione sessuale.
Urofilia. Uso delle urine per l’eccitazione sessuale.
Clismafilia. Uso dei Clisteri per l’eccitazione sessuale.
Va ricordato che ogni parafilia deve durare per almeno sei mesi ed essere presenti fantasie, impulsi sessuali, o comportamenti ricorrenti, e intensamente eccitanti sessualmente che comportino le azioni di cui sopra.
Ogni “condotta sessuale” per essere definita parafiliaca ha necessità di causare disagio clinicamente significativo o compromissione dell’area sociale, lavorativa o di altre aree importanti del funzionamento.
Il Trattamento. Il trattamento delle parafilie è piuttosto complesso, soprattutto quando il paziente ha già messo in atto processi difensivi in grado di far negare che il comportamento sia patologico. Occorre sempre un’attenta valutazione diagnostico-differenziale soprattutto per escludere altre forme psicopatologiche come ritardo mentale, disturbi gravi di personalità (in particolare il disturbo borderline) e altre patologie. Una volta valutato il funzionamento globale del paziente sarà possibile orientare verso la forma di intervento, quasi sempre piuttosto lunga e tortuosa, adatta per ogni specifico caso.
Dott. Marco Baranello
Baranello, M. (2003)
Le Parafilie: valutazione diagnostica.
SRM Psicologia Rivista (www.psyreview.org).
Roma, 20 luglio 2003.
lunedì 7 gennaio 2008
AmorProprio
Amor Proprio e Autostima sono due indicatori importanti per chi fa sadomaso, da controllare periodicamente come si fa in auto con i livelli di acqua e olio per non rimanere a piedi o fondere il motore. Questo testo, non mio, è interessante:
In molti individui che sviluppano dipendenze patologiche, uno dei nodi più critici da sciogliere è la mancanza di amor proprio. E' praticamente impossibile risolvere un problema di una dipendenza senza prima recuperare il rispetto di sè. L'amor proprio è uno stato affettivo particolare che spinge a prendersi cura della propria persona e della propria salute, ovvero a "volersi bene". L'autoconservazione è un bene innato in tutti gli esseri viventi, ma poi sono le scelte personali che lo coltivano e lo fanno diventare un valore. Fermati qualche istante a riflettere su questa straordinaria ricchezza e vedi che posto occupa nella tua scala valoriale. Forse ci sono momenti durante il giorno in cui ti sembra di avere a cuore la salute, ma quando ti dedichi a soddisfare la tua dipendenza di fatto manchi di rispetto alla tua persona. Non hai cura di te. Qui non conta la misura: il volersi bene risponde alla legge del tutto o nulla. In un legame d’amore vero anche un solo schiaffo può incrinare il rapporto. Così anche una dipendenza di "lieve entità" può impoverire e persino distruggere il tuo amor proprio.Qualsiasi forma di attaccamento morboso configura sempre un maltrattamento della persona, tanto nel nel corpo quanto nella mente. Ciò che talvolta illude è il ritardo col quale si manifesta questa violenza: una sorta di scommessa contro il tempo che però non lascia garanzie a nessuno. Tutte le dipendenze, di qualsiasi tipo e di qualsiasi grado, sono espressioni di trascuratezza e di autolesionismo nei propri confronti.
Ma perchè ad un certo punto della vita non ci si vuole più bene?
da http://www.escidallatrappola.it
Smettere
http://www.escidallatrappola.it
Il passaggio obbligato per rompere la spirale di una dipendenza è la costruzione di una valida motivazione. Senza questa potente spinta interiore è praticamente impossibile venirne fuori. Ma quali sono gli strumenti che puoi utilizzare per costruirla? La motivazione nasce tanto da fattori “coscienti” come le convinzioni e i valori, quanto da fattori “inconsci” come i bisogni e i sentimenti. Pensa a ciò che ti lega alla tua "droga". Probabilmente ti sfugge una spiegazione logica. L’inconscio è un magazzino stracolmo di motivazioni e ognuna di queste sostiene un’azione particolare. Quali regole dirigono il traffico di queste azioni? Verrà prima la tua motivazione a drogarti o quella a smettere? Normalmente le motivazioni più forti sono quelle che fanno capo al sistema dei bisogni. Il bisogno di droga è un bisogno anomalo che si inserisce subdolamente al primo livello della gerarchia dei bisogni, insieme ai bisogni fisiologici (quelli più importanti per la sopravvivenza!), mentre il bisogno di smettere è un “bisogno di cambiamento” che si inserisce nei bisogni sociali, ad un livello meno importante nella scala delle priorità. In altre parole la tua motivazione a drogarti ha una priorità spaventosamente più alta di quella che stai carezzando per smettere. Vista così sembra una battaglia già persa in partenza. Fortunatamente il principio superiore cui fa riferimento la mente umana è l'equilibrio interno: quando le incoerenze nel sistema dei bisogni si accentuano si apre una “valvola di sicurezza” che da il via libera a tutte le altre motivazioni, sia coscienti" (convinzioni e valori) sia inconsce (sentimenti ed emozioni). Per un breve periodo viene a mancare una motivazione prevalente: “continuo a usare .... o smetto?”. Questo dilemma, che probabilmente avrà sfiorato anche te qualche volta, è la sintesi cosciente del conflitto che si è aperto nel profondo della mente. L’idea di smettere viene resa più attraente, assume una tonalità positiva, non dispiace affatto. C’è un’emozione positiva allo stato embrionario che sostiene questa idea, un’emozione debole in grado di influenzare il pensiero ma non ancora il comportamento. Il più delle volte però questa idea viene rimossa in tempi brevi e rispedita nell'inconscio. Ciò se non interviene qualche fatto nuovo, qualche circostanza favorevole che la trattengono a livello cosciente. In questo caso le cose possono anche avere sviluppi differenti. Di sicuro il bisogno di cambiamento non parte mai da una costrizione o da emozioni negative come la paura. E’ un bisogno che si nutre di stimoli positivi, come il desiderio di cambiare in meglio la propria immagine, il desiderio di sentirsi bene con sé stessi, il desiderio di ritrovare il proprio equilibrio. Quando senti nascere in te questo desiderio nuovo di cambiamento non lasciartelo sfuggire. Cerca di coltivarlo, da questo germoglio di positività può fiorire la tua motivazione.
domenica 6 gennaio 2008
Pornodipendenza
segnalo questo gruppo d'aiuto italiano che conta 2500 iscritti e non so quanti visitatori... NO alla PornoDipendenza
http://it.groups.yahoo.com/group/noallapornodipendenza/
Descrizione
La pornodipendenza modifica in modo negativo tutti gli aspetti della vita di un individuo: rapporti di lavoro, capacità di applicazione ed attenzione al proprio lavoro, applicazione allo studio, rapporti di amicizia e di amore, progressiva sfiducia in se stessi.
La dipendenza dalla pornografia non è una compensazione ad una carenza di attività sessuale. Il pornodipendente è solo nella sua disperazione, nella sua vergogna, nella sua mancanza di autostima. E quando finalmente riesci ad interrompere con l’eiaculazione o con l'orgasmo quel gioco al massacro, hai il crollo verticale di quella tensione. E ti dici che assolutamente quella è l’ultima volta, che ora hai capito, che da domani cambierà. E domani ricominci, esattamente nello stesso modo.
Per quanto riguarda l’influenza sulla dinamica sessuale dell'uomo, le conseguenze più significative sono:
1.masturbazione compulsiva prolungata e controllata, con lo scopo di
enfatizzare l'emozione della visione pornografica;
2.eiaculazione finale liberatoria, quale, spesso, unica possibilità per
riuscire ad interrompere la fruizione pornografica;
3.calo del desiderio sessuale verso il proprio partner;
4.semiimpotenza o impotenza totale all'atto con una persona reale;
5.possibilità di erezione masturbatoria ed eiaculazione solo attraverso
la visione di materiale pornografico;
6.dolore al pene al momento dell’eiaculazione;
7.condizionamente a guardare i potenziali partner solo ed esclusivamente come oggetti pornografici.
Per le donne le conseguenze sono queste:
4.imbarazzo, difficoltà a lasciarsi andare e a raggiungere l'eccitazione all'atto con un partner reale;
5.possibilità di masturbazione solo attraverso la visione di materiale pornografico, a volte basta "ricordarsi" ciò che si è visto;
6.dopo l'orgasmo, clitoride gonfio e a volte doloroso, con qualche difficoltà nell'urinare;
7. bruciori in quantità con rischio di infezioni.